Penso a qualche strano posto
(Svezia o Danimarca), un paesaggio
nordico alla finestra, il poco tabacco
rimasto, la bottiglia di Cognac, sul tavolo
gli occhiali e quei fogli che hai riempito
stamattina. Oltre i vetri solo neve, bruma
arrugginita e spenta. Silenziosa la poesia
riscalda la tua vita, operando resistenza
alla fatica desolata di procedere nel dubbio,
di rischiare il passo falso. L’oscuro
progresso che si avvera nel reale, nel procedere
una storia che in sé trascina una vecchia corona
di spine, e una croce che diventa uncinata.
Inumana la vita scorreva in quei giorni,
una terra bruciata incendiava le strade,
chiara parola nella nera guerra tu indicavi
un’altra strada. Chiara parola nella nera
vita la poesia si ferma ad aspettarti,
ti invita alla sua danza in chiaroscuro
brancolare, mentre frughi nelle tasche
a caccia dei sogni e dei misteri da svelare.

Per questa via, per questa strada di mezzo,
Disarmato di pietà schivo l’intoppo, reggo
Il reale disastro, il periodo di stato permanente.
S’assesta in onda quadra il sisma lunatico
Si spegne a fasi soniche il dilemma, la voce
Si stringe in domanda negata. Futura e distante
In equivoca sorte un’altra risposta si aggiunge
Alla notte benevola e insonne, e mi appoggio
Alla fine, chiudo in sincrono le luci di controllo
E mi adagio senza guerra e senza pace.

- Uomo misterioso, di': chi ami di più? Tuo padre, tua madre, tua sorella o tuo fratello?
- Non ho nè padre nè madre nè sorella nè fratello.
- I tuoi amici?
- Usate un termine il cui senso m'è rimasto fino ad oggi sconosciuto.
- La tua patria?
- Ignoro sotto qual latiudine sia.
- La bellezza?
- Dea e immortale, l'amerei volentieri.
- L'oro?
- Lo odio come voi odiate Dio.
- Eh via, che ami dunque, straordinario straniero?
- Amo le nuvole... le nuvole che passano...laggiù... laggiù...le nuvole meravigliose!
Charles Baudelaire, Piccoli poemi in prosa.

O questo vivere mesto, questo andare ripetuto
E modesto nella secca via del mio incerto
Mestiere, nella scomoda strada che il giorno
Appiattisce e dirada e passa alle sere
La mano a venire, la carta vincente nascosta
Nell’angolo astuto che invento la notte
Quando oscura la sorte traveste i miei sogni
Da pazzo e li illumina in muto colore…
Ma, vedi, amore, è soltanto un dolore acuto
E conviene alla fine questo sordo saluto
Per vedere poi schiudersi ogni seme
Per vedere nell’amore quanto bene…

Parlavo della fine, pensavo ad un principio
Differente, un più duttile e durevole futuro
Moralmente convincente. Ogni arbitrio
Deve fondersi in sorgente di fervore, ogni
Istanza raffreddarsi nella neve sotto i passi
Crepitante. Stato di grazia, stato di angoscia
Evaporata in negligente accuratezza, mezza
Estate permanente. Spazio morto, punto
Cieco in lontananza. Mi rimetto all’apparenza
Del parvente, alla stessa acquasantiera chino
Il capo. So che questo è solo il retro del messaggio.
So che il resto in qualche modo si trascina
Di colore in colore, di grigio e di blu.

Si trattava di povera sciocchezza. Di passione
Genitale. Tutto il male patito, l’ardore fetale
E odoroso era stupido zelo, minima zeraglia.
La storia non suffraga la leggenda, la deraglia
E l’abbandona in infinita pena, in terrore finale.
Ora i pugni sono in tasca e la notte è religione,
È miseria barricata. Si trattava di pietà concreta.
Di intenzioni pilotate dalla parte del mistero
Rosa e nero della pioggia, di tristezze disgraziate
E compiaciute, di moventi, di poesia analfabeta.
Come pietra eterna posano sul mio sentiero
I giorni che riempiva quella luce quell’estate.
I giorni neri diventano grigi e tutto cammina
Nel solido mondo qui intorno. Le tracce
In silenzio si appoggiano piane, la cima
Del tedio ci aspetta e tutto è risolto. Minacce
Di morte, saluti, bugie, tutto in codice binario
Allungato e stolto, reliquiario dell’etica, gira
Tutto come una trottola, e io al contrario
Non ho pazienza. Nel miope cielo io difetto di mira
E sparo a quell’angolo inutile e stolto, imbraccio
Un giocattolo in versi, inquadro il bersaglio, lo punto.
Mi firmo De Ruyter stanotte, mi spengo nel ghiaccio,
Lo faccio per farmi un favore e scrivo il riassunto
Di giorni più grigi che neri, misteri da poco, rifaccio
I miei conti a memoria, a spettacolo chiuso, ad incasso
raggiunto…
Ma dov’ero, dunque, la sera precedente
Se nera mattina mi attende splendente
Di nebbia e di gente? Remota distanza
Che copre la luce di lampada accesa
E il chiuso lampione. Sapessi soltanto
La musica, il farsi più niente
Del piano suonato, variato
Da mani più fredde del vento
Di un eskimo artista ingobbito
Che traccia col dito levato l’immagine
Pura, il farsi disegno del suono
Sognato nel secolo antico che pure
Rinasce d’incanto nell’angolo amico
Che ospita muto il poeta ferito.
… e così le chiesi come mai? E lei non
disse niente con gli occhi bassi e le labbra
chiuse, come un miracolo, un singolo respiro
di fiato affannato il mio grido restava spento…
era la sera, ricordo, a giocare con le vite quella
sera, era la notte a respirare piano, era il cielo
che tremava, non solo la mia mano, non solo
la mia voce, non solo la mia vita…
era il cielo tutto che tremava, era la mia voce,
eri anche tu.
Quella sera era tutto che tremava.